Urs Althaus Model 4

 

-Nel 1977 un nero in copertina è davvero una provocazione. Da quando GQ è stato lanciato come rivista di moda dall’editore lifestyle Condé Nast nel 1957, sulla copertina non c’è mai stato qualcuno con la pelle di un colore diverso dal bianco.

-Cercavano modelli per “All American Look”. Io chiesi se potevo partecipare a quel casting. La mia booker esitò, mi guardò per un po’ e poi spiegò: «Urs, beata innocenza, questo casting non è adatto a te. All American Look è solo per i bianchi».

Era uno scherzo? Ero decisamente stupefatto. L’America, il Paese dell’immigrazione, il melting pot delle nazioni, il Nuovo Mondo… e proprio lì solo i bianchi erano All American?

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 Ero stato mandato da Helen Weepman, il top degli avvocati per i modelli stranieri: era sempre riuscita a ottenere i visti per noi, che provenivamo da ogni parte del mondo.

All’inizio Helen non voleva vedermi perché, come sottolineò in modo brusco, si era aspettata uno svizzero. Dopo che la mia agenzia l’ebbe rassicurata sul fatto che ero proprio io lo svizzero in questione, mi fu concesso di compilare il modulo di domanda. Quando glielo restituii, lei trovò subito un errore. «Qui!». Mi guardò di traverso, si aggiustò gli occhiali e indirizzò l’indice pitturato di smalto rosso brillante sul foglio proprio sotto la scritta “Nazionalità”, dove avevo scritto Svizzera. Avevo anche completato correttamente indicando: Protestante. Una riga più in basso c’era l’unghia dell’avvocato. Era la riga dove si poteva indicare un colore di pelle. Bianco, nero, marrone, rosso, giallo… non lo avevo compilato perché, per quanto mi riguardava, ero semplicemente svizzero. «Non ci sono svizzeri neri, asiatici o bianchi in Svizzera e nemmeno svizzeri ispanici», dissi con indignazione. Helen Weepman mi strappò il foglio di mano con impazienza e disse: «Il mio onorario è piuttosto alto e se vuoi lavorare in America sarà meglio che impari in fretta che sei uno svizzero nero, non semplicemente svizzero. Ora metti la croce qui, altrimenti non otterrai il visto»

-se vuoi lavorare in America sarà meglio che impari in fretta che sei uno svizzero nero, non semplicemente svizzero

Alcuni giorni dopo la domanda per il visto avevo una sessione fotografica per Brides Magazine con il fotografo europeo Alberto Rizzo. A quell’epoca tutti i fotografi che avevano raggiunto fama e gloria in Europa volevano fare i soldi in America. Per quella sessione erano stati prenotati quattro modelli, due neri e due bianchi. Io non ci stavo pensando quando, arrivato sul set, mi unii al gruppetto.

Urs Althaus Givenchy«Urs, questa è New York e dobbiamo fare le fotografie separatamente. Per favore spostati a destra, vicino alla tua ragazza». Il fotografo aveva parlato con espressione amichevole e io feci finta di niente. Alla fine del lavoro la mia, naturalmente nera, sposa disse: «Sai, se lavori a lungo qui in America poi impari come gestire queste situazioni». Ecco com’era a quei tempi. Tutti i modelli si riferivano a queste situazioni, nessuno parlava mai di razzismo.

-Specialmente gli amici dello Studio 54 che orbitavano all’interno di una grande famiglia, quella del guru della pop art Andy Warhol, che, nella sottocultura della sua Factory, con i suoi 57 collaboratori produceva arte, film, serigrafie in catena di montaggio, se la spassava con rockstar come Mick Jagger o David Bowie e un ampio entourage. Warhol è stato probabilmente il più influente direttore non-artistico di tutti i tempi… per la moda.

-D’altra parte, prima non si era mai verificato nulla di simile allo Studio 54: un inferno (o un paradiso) di droga, soldi, potere, politica e lussuria allo stato puro. Un club dove chiunque era una star, ricco o povero, giovane, vecchio, etero o gay o entrambi per una notte, ammesso che riuscissero a superare il buttafuori. La stessa Lillian Carter, madre del presidente ad interim, si lasciò scappare: «Non sapevo se ero in paradiso o all’inferno».

In realtà per me, e per tutti quelli che sono sopravvissuti, oggi l’esperienza dello Studio 54 appare confusa in un unico imperituro ricordo.

-In una notte lo Studio si guadagnò la reputazione di focolaio dei vizi. L’Aids era ancora sconosciuto e fare uso di droghe a New York era virtualmente considerato tenersi in forma. Il 54 era visto come un parco giochi per tutti coloro che avevano sempre sognato di partecipare a feste dove potersi lasciare andare a ogni fantasia e divertirsi senza limiti fino al mattino.

-Posso ancora vedermi: in piedi vicino al parapetto della balconata, la prima volta allo Studio 54. Osservavo un mondo che stuzzicava la mia curiosità e mi imbambolava, completamente alieno da me. Membra che si agitavano, seni nudi, gente, un trambusto, una vita incredibilmente lontana dalla mia infanzia nella Svizzera centrale. E notavo i neri, le persone di colore, giamaicani, africani, razze miste.

1975 erster gross auftrag posterkampagnie Urs AlthausQuella sera allo Studio 54 pensai a mio padre che veniva dalla Nigeria, quella metà di me stesso che fino a quel momento avevo rimosso, senza volerla davvero conoscere.

-Il booker farà qualunque cosa per trasformare il modello in una star. A meno che non si venga rappresentati da una delle agenzie principali, il sogno di diventare top model non si può realizzare. Solo i primi venti al mondo in questo ambiente diventano davvero ricchi, entrare tra i primi duecento significa almeno la sicurezza finanziaria.

-Hollywood non aveva vere star da offrire, allora. Così le case di moda e gli stilisti decisero di mettere sotto contratto dei volti esclusivi a tariffe spaventose. Questo è il motivo per cui fino ad oggi le supermodel come Linda Evangelista, Cindy Crawford, Christy Turlington e Kate Moss sono brand conosciuti praticamente da tutte le donne del mondo.